Abbiamo tutti bisogno di trovare accanto a noi mani sensibili, morbide, aperte, pronte a sollevarci quando siamo sott’acqua e stiamo affogando nel mare della vita o quando siamo a terra e il respiro non si sente più.
Abbiamo tutti bisogno di trovare una mano forte, decisa, che di fronte a un dolore, una disperazione o una ferita non si lascia raffreddare l’istinto, non si scandalizza e non esita: una mano che c’è.
Nella storia dell’arte ci sono tanti esempi di mani che parlano, con semplici tratti e pochi colori: penso alle mani delle fotografie in bianco e nero di Tina Modotti, a quelle scarne dei ritratti di Egon Schiele, quelle coraggiose dipinte da Caravaggio e quelle scolpite da Canova, Michelangelo e Bernini.. l’elenco sarebbe infinito!
Un giorno a Venezia, di fronte ad una grande tela opera di Tiziano, mi colpì particolarmente la mano di San Lorenzo nel momento del martirio, prima di morire bruciato. Mi ha ricordato quella di un ragazzo che ho conosciuto tra le sbarre nella casa circondariale di Ravenna. Quella mano, è un grido disperato. Quella mano, ha voce.
E’ questa l’arte che ritengo tale: quando un’immagine, una scultura o un’installazione parla e si sente chiaramente che voce ha. Diffidate delle opere mute, autoreferenziali, silenti: forse sono solo la presunzione di fare qualcosa che somigli ad un’opera d’arte, ma non lo sono.


