Un bambino di nome Chuck, bullizzato dai compagni perché dislessico e poco atletico, un giorno prese in mano i pennelli e iniziò a colorare. Inizialmente venne preso in giro, ma a 8 anni si conquistò la stima di tutti, tanto era diventato bravo a dipingere.

Chuck Close ora ha 81 anni e la sua arte ha segnato la storia della pittura e della fotografia iperrealista del Novecento. E’ un artista che mi ha silenziosamente accompagnato per tutti gli anni di studio in Accademia, perché una copia di un suo dipinto era appeso alle pareti del corridoio, vicino al distributore automatico di bevande e, tra un sorso e l’altro, lo sguardo cadeva sempre lì.

Il ritratto a Lyle è stato eseguito con una tecnica particolarissima. Il punto di partenza è una fotografia scattata all’amico, da cui ha creato il disegno dividendo lo spazio in tante piccole unità; ciascuna unità è stata poi riempita con 4 o 5 colori disposti in modo concentrico. Dall’ accordo di questi vivaci rapporti cromatici, ne deriva il disegno d’insieme. E’ la stessa magia che avviene col mosaico: da vicino tutto è caos, ma da lontano è l’emozione di un volto.

A pensarci bene, l’arte di Close è come se dicesse allo spettatore che per avere una visione unitaria, vera e globale della realtà, non ci si può fermare ai piccoli dettagli, ai piccoli difetti, ai piccoli o grandi errori: bisognerebbe sempre fare un passo indietro, per riconoscere che il caos delle piccole cose porta alla luce quel grande capolavoro che è ogni opera d’arte e, più in generale, ogni vita umana.

Grazie Close, il tuo ritratto a Lyle è un sorso di the che bevo volentieri ancora oggi.

Chuck Close, Lyle, olio su tela, 259 x 213 cm, 1999.